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Nuove linee guida ampliano platea. Riparte Campagna "Tavi è Vita"
Buone notizie dalle nuove Linee Guida ESC 2021 sull’applicabilità della TAVI – la procedura di impianto transcatetere della valvola aortica – che ampliano potenzialmente il target di pazienti, includendo definitivamente la popolazione dai 75 anni in su, i pazienti ad alto rischio o quelli inoperabili, secondo la tradizionale tecnica cardiochirurgica.

‘La definizione del target pazienti per la procedura TAVI è estremamente importante perché sancisce un’opportunità terapeutica per categorie di pazienti che oggi possono beneficiare della procedura mini-invasiva, che ha ormai da tempo consolidato la sua appropriatezza, riducendo la mortalità all’1% e restituendo ai pazienti una buona qualità di vita – afferma Giuseppe Tarantini, Presidente GISE – GISE ha da sempre puntato sulla necessità di includere tutti i pazienti elegibili a questo trattamento, oltre che sensibilizzare la popolazione a rischio per una maggiore consapevolezza sulla stenosi aortica e la sua diagnosi tempestiva, con campagne ad hoc come TAVI è VITA che quest’anno parte rinnovata’.

‘La stenosi aortica è una malattia tempo-dipendente con ripercussioni importanti sulla salute: una diagnosi tempestiva diventa fondamentale per arrestare il decorso verso la forma severa, che risulta fatale per oltre la metà dei pazienti, se non sottoposti a un trattamento appropriato entro i due anni dalla diagnosi – continua Giovanni Esposito, Presidente Eletto GISE – ecco perché le nuove linee guida, e il rilancio della campagna TAVI è VITA, sono fondamentali oggi in Italia per costruire una consapevolezza diversa sulla patologia, sulle opportunità terapeutiche più adeguate, secondo il profilo di ciascun paziente’.

I progressi scientifici e tecnologici nel campo della cardiochirurgia e dell’interventistica cardiovascolare hanno contributo sensibilmente a migliorare l’outcome dei pazienti. ‘La stenosi aortica non trattata non è una malattia benigna, dato che circa il 50% dei pazienti affetti dalla forma severa sintomatica muore entro due anni dall’inizio dei sintomi’ – commenta Ciro Indolfi, Presidente della Società Italiana di Cardiologia. – ‘La cardiologia ha rivoluzionato la terapia di questa patologia, che prima poteva essere trattata solo chirurgicamente, introducendo la TAVI, grazie alla quale oggi migliaia di pazienti in Italia vengono trattati con successo. Le nuove indicazioni della Società Europea di Cardiologia aggiornano alcuni parametri per la scelta del trattamento più adeguato, aumentando il livello di raccomandazione per la procedura, che diventa la prima opzione nei pazienti over 75. Sotto questa soglia d’età, si ricorre principalmente alla cardiochirurgia se il rischio chirurgico è basso, diversamente si può protendere per l’approccio con TAVI’.

Le nuove linee guida europee sottolineano come la scelta dell’opzione più adeguata debba coinvolgere un’equipe di specialisti – il cosiddetto Heart Team – composta da cardiologi clinici, cardiologi interventistici, cardiochirurghi, specialisti di imaging cardiaco, anestesisti cardiovascolari e infermieri, con l’obiettivo di valutare sia i fattori clinici che anatomici e, da adesso, anche le preferenze dei pazienti. ‘L’Heart Team rappresenta il ‘nucleo operativo’ centrale fondamentale che può indirizzare il paziente verso il miglior standard di cura, secondo le specifiche condizioni fisiche e cliniche di ciascuno. Si tratta di un vero e proprio lavoro di squadra in cui le decisioni vengono condivise con un approccio multidisciplinare – spiega Francesco Musumeci, Past President SICCH -. Un altro aspetto fondamentale è il contesto in cui il paziente deve essere curato: a prescindere dall’approccio scelto – chirurgico o mini-invasivo – è necessario che questo avvenga all’interno di un Heart Valve Center, ovvero una struttura dotata delle competenze necessarie per il trattamento di pazienti con patologia valvolare’.

‘Lo svolgimento della procedura all’interno delle strutture dotate di cardiochirurgia è fondamentale per assicurare al paziente appropriatezza diagnostica, corretta gestione di eventuali complicanze e maggiore sicurezza e fiducia. Soltanto questo ‘guscio’ può garantire il risultato migliore, sia in termini di procedura sia in termini di risultato’, continua Lorenzo Galletti, Presidente SICCH.

Con l’approccio suggerito dalle nuove Linee guida, inoltre, il paziente diventa parte attiva del proprio percorso di cura. ‘Le aspettative dei pazienti sono un aspetto importante nel processo di decision-making terapeutico. I pazienti e le loro famiglie devono essere informati sul ventaglio di opzioni disponibili e adeguate alla propria condizione ed essere costantemente assistiti nelle loro scelte’, aggiunge Indolfi. La campagna TAVI è VITA – un progetto ideato e realizzato da GISE (Società Italiana di Cardiologia Interventistica) in collaborazione con SIC (Società Italiana di Cardiologia) e SICCH (Società Italiana di Chirurgia Cardiaca) col contributo non condizionato di Medtronic – ha l’obiettivo di sensibilizzare il potenziale target di popolazione a rischio, la popolazione generale, la comunità medico-scientifica e le istituzioni sul tema della stenosi aortica, una delle malattie più comuni delle valvole cardiache che in Italia colpisce più del 3% della popolazione oltre i 75 anni.

Gli attuali approcci di cura prevedono il ricorso all’intervento chirurgico o a procedure interventistiche percutanee mini-invasive, come l’impianto transcatetere della valvola aortica (Transcatheter Aortic Valve Implantation – TAVI), a seconda delle condizioni del paziente. La TAVI è una procedura che consente il trattamento di pazienti ad alto rischio chirurgico o inoperabili, riducendo la mortalità all’1%. Dal 2014 al 2019, l’adozione dell’approccio transcatetere è aumentato in Italia passando da 2.586 a 8.255 procedure totali, con un progressivo aumento annuale che si attesta sul 15%. Eppure risulta essere ancora sottoutilizzata: i pazienti trattati con TAVI sono solo il 32% di quanti, secondo le evidenze cliniche, meriterebbero il trattamento e con significative disparità territoriali legate alla frammentazione a livello regionale del Sistema Sanitario Nazionale. Si passa, infatti, da regioni come Lombardia, Veneto, Campania – con rispettivamente 22%, 11,3% e 10,5% delle procedure effettuate nel 2020 – a regioni dove l’applicazione si attesta ancora all’1-2%.

‘Questi dati dimostrano che la mancanza di un collegamento tra la medicina del territorio e gli ospedali è ancora oggi una grave lacuna del Sistema ed è necessario un piano cardiologico di ripartenza che preveda la costituzione di un percorso diagnostico-terapeutico assistenziale, che favorisca la comunicazione tra medico di medicina generale, cardiologo del territorio e gli specialisti dei centri di riferimento’ – precisa Tarantini. ‘In questo contesto, come si può immaginare, la pandemia ha inciso in modo negativo su gestione e cura della stenosi: molti casi non sono stati registrati per il rallentamento delle attività ospedaliere e le liste di attesa si sono molto allungate, causando notevoli ritardi. Nel caso di TAVI, si è registrato un calo del 10% a livello nazionale, con un’oscillazione importante a livello locale, dove alcune Regioni hanno registrato un 40% in meno di procedure’. TAVI è VITA è la campagna di sensibilizzazione ideata e realizzata da GISE (Società Italiana di Cardiologia Interventistica) in collaborazione con SIC (Società Italiana di Cardiologia) e SICCH (Società Italiana di Chirurgia Cardiaca) col contributo non condizionato di Medtronic – con l’obiettivo di sensibilizzare le istituzioni, la comunità medico-scientifica e l’opinione pubblica sulla stenosi aortica e sulle terapie più appropriate, tra le quali l’impianto transcatetere di valvola aortica.

La stenosi aortica è una delle malattie più comuni delle valvole cardiache ed è causata dall’invecchiamento. Colpisce il 3,4% della popolazione italiana, ma è poco conosciuta dai pazienti – principalmente anziani, con numerose comorbidità – che sottovalutano e sottostimano sintomi come dispnea, angina e sincope, o che inconsapevolmente riducono il loro livello di attività quotidiana come meccanismo di protezione per evitare i sintomi.

La Campagna TAVI è VITA prevede una serie di strumenti e attività – digitali e sul territorio – per diffondere informazioni corrette e approfondite. Il sito www.progettotavivita.it racchiude tutte le informazioni, gli approfondimenti e i contenuti relativi alla stenosi aortica, alla sua gestione e sui percorsi di cura – in tutte le fasi di pre-diagnosi, post-diagnosi e post-intervento. Per farlo, sono stati creati contenuti multimediali dedicati, come video-interviste con medici, specialisti, pazienti ed ex-pazienti per approfondire i diversi aspetti della patologia, le tecniche e le terapie oggi disponibili e raccontare i percorsi di cura e le esperienze direttamente dalla voce dei pazienti. I contenuti del sito saranno veicolati anche attraverso i canali Facebook e LinkedIn per poter raggiungere un target più ampio di pazienti e caregiver.
Inoltre la campagna prevederà l’attivazione sul territorio di una serie di eventi informativi, con il coinvolgimento di esperti e specialisti a livello locale.


Fonte: askanews.it

Solo il 20% seguito nel post infanzia
Roma, 23 set. (askanews) – “Uno studio dal titolo ‘Lost in transition’ evidenzia come nella transizione i giovani adulti perdano trattamenti e cure: dall’80% dei bambini che ricevono l’assistenza si arriva a solo il 20% nel passaggio dalla fase infantile a quella adolescenziale. Chi latita sono proprie le strutture amministrative dell’ospedale perché riluttanti a mettere risorse, invece serve una regia che tenga conto delle varie esigenze nell’assistenza ospedaliera e delle varie età, quello che nel Regno Unito é chiamato “coordinatore della transizione”, figura su cui l’Imperial College si è speso più volte con alcune ricerche”. È il past president della Società Italiana di Pediatria (SIP), Giuseppe Saggese, a mettere in guardia sulla necessità di rivedere il sistema di assistenza sanitaria agli adolescenti proprio nell’ottica di una genitorialità responsiva.

Saggese, che è anche ordinario di pediatria all’Università di Pisa e che è stato fondatore e presidente della Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza (SIMA), spiega come serva agire sul nesso che si crea tra la mancata assistenza ai giovani adulti e il ruolo dei genitori, nel corso del XXXIII Congresso della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (SIPPS).
“Un adolescente su cinque (20%) – sottolinea Saggese – ha una malattia cronica su cui esiste un problema assistenziale importante, a cui non si è ancora data risposta: la transizione nelle cure dal pediatra al medico dell’adulto. Nella fase di transizione peggiora la malattia di base- ricorda lo specialista- crolla l’assistenza medica al ragazzo o alla ragazza. Il pediatra per questo deve partire presto con il suo intervento, ma l’assistenza deve essere presente anche in questa fase transitoria, cosa che invece non accade. Basti pensare al Piano delle Cronicità, con cui dal 2016, quando è stato rilasciato dal Ministero della Salute, ad oggi è stato fatto pochissimo”.

Come possono i genitori svolgere il proprio ruolo nel rispetto della genitorialità responsiva? “In questa fase di passaggio anche il ruolo dei genitori appare inadeguato – spiega il docente – perché, senza volerlo, giocano contro questo passaggio: vorrebbero restare nell’assistenza pediatrica, ma per il bene del proprio figlio devono cambiare mentalità. Il genitore responsivo capisce, quindi, che il setting di cure, sulla strada della via adulta, deve cambiare per favorire la transizione”.

La relazione di Saggese, in tandem con l’intervento della pediatra Iride Dello Iacono, intervenuta sulla genitorialità responsiva per il bambino, si concentra sul senso dell’adolescenza: “È un anello di congiunzione non solo tra genitori e figli, che presto potranno diventare a loro volta genitori, è anche il periodo in cui si forma la genitorialità responsiva nel giovane adulto”, precisa il past president della SIP.

In sostanza l’adolescenza è una fase di passaggio duplice, in cui l’adolescente cerca di raggiungere una propria identità, di staccarsi dai genitori e di acquisire un’autonomia.

“Il genitore responsivo sa intercettare il distacco dei figli come segno di positività e sa cogliere nel momento l’occasione di rafforzamento del rapporto- afferma ancora Saggese- con una presenza autorevole, ma non autoritaria, ed è in grado di seguire il proprio figlio, ma soprattutto di manifestare sensibilità per le richieste e le esigenze del ragazzo o della ragazza. Quando ci sono problematiche, quali anche la trascuratezza, l’abuso di sostanze da parte dei genitori, o magari una certa fragilità familiare, i genitori tendono a mantenere i figli, inconsapevolmente o meno, in una condizione di scarsa indipendenza. È proprio in questa fase- rimarca- che possono svilupparsi nell’adolescente comportamenti a rischio, dalla dipendenza da sostanze ai disturbi alimentari, solo per citarne alcuni. I genitori devono essere in grado di vigilare sugli adolescenti in questa fase delicata, ma pure prevenire le problematiche, attraverso un recall educativo: è centrale che riemerga la solidità del rapporto tra genitore e figlio costruito durante l’infanzia”.


Fonte: askanews.it

Partita la settimana di sensibilizzazione "Match it now"
Le iscrizioni al registro dei donatori di midollo osseo sono in lieve ripresa ma siamo ancora molto lontani dai livelli pre-pandemia: è il quadro che emerge dai dati elaborati dal Registro IBMDR e dal Centro nazionale trapianti in occasione di “Match it now”, la settimana nazionale per la donazione del midollo osseo e delle cellule staminali emopoietiche, in corso fino a sabato 25 settembre.

I nuovi potenziali donatori reclutati in Italia dal 1 gennaio al 31 agosto 2021 sono stati 15.431, il 12,1% in più rispetto ai 13.768 iscritti nello stesso periodo dell’anno precedente. Un segnale positivo, ma ancora insufficiente se si vuole tornare ai numeri di prima dell’emergenza Covid: i donatori iscritti nei primi otto mesi del 2019 erano stati 25.593, oltre 10mila in più.

A pesare negativamente sulle nuove iscrizioni è, da un lato, il timore del contagio che allontana le persone dai centri donatori degli ospedali, anche se comunque sono assicurati percorsi di ingresso Covid-free, e dall’altro, soprattutto, la drastica riduzione delle attività sociali che ha per molti mesi impedito, e adesso comunque reso più complicati da organizzare, gli eventi di reclutamento nelle piazze e nei luoghi pubblici promossi dalle associazioni dei donatori e dalla rete trapiantologica del Servizio sanitario nazionale.

“Il Covid, costringendoci in casa, ha rallentato l’ingresso dei nuovi potenziali donatori, ma rimane alta la propensione alla donazione dei ragazzi e dei giovani, ovvero di quella fascia d’età che ha i requisiti per iscriversi al Registro IBMDR”, spiega il direttore del Centro nazionale trapianti Massimo Cardillo. Per aderire, infatti, è necessario avere tra i 18 e i 35 anni, godere di buona salute e pesare più di 50 chili. “Da un’indagine condotta dal Cnt con il portale Skuola.net è emerso che quasi l’80% dei ragazzi dai 14 ai 25 anni è favorevole alla donazione ma ne sa troppo poco”, continua Cardillo. “Sono ancora molto diffuse vere e proprie bufale, per esempio in tanti credono che la donazione sia dolorosa o pericolosa, e invece nella stragrande maggioranza dei casi si effettua con le stesse modalità di una donazione di piastrine e non comporta rischi particolari”. Quindi donare non fa male, anzi, salva la vita: “Ogni anno sono circa 2mila i pazienti di ogni età, bambini inclusi, per i quali viene attivata la ricerca di un donatore per un trapianto di midollo”, conclude il direttore del Cnt, “la probabilità di trovare un ‘gemello genetico’ compatibile per una donazione è molto bassa, circa una su 100mila: è per questo che più persone sono iscritte al registro donatori, più pazienti potranno sperare di salvarsi da malattie letali”.

Informare correttamente e spronare i ragazzi alla donazione sono proprio gli obiettivi di “Match it now”, iniziativa promossa da Ministero della Salute, Centro nazionale trapianti, Centro nazionale sangue, Registro IBMDR e dalle associazioni Admo, Adoces e Adisco, con il patrocinio di Rai per il Sociale. In programma ci sono oltre un centinaio di appuntamenti in altrettante città italiane, nei quali i volontari delle associazioni incontreranno i più giovani e con un semplice tampone salivare potranno inserire i nuovi potenziali donatori nel Registro IBMDR, il tutto nel pieno rispetto delle normative anti-Covid vigenti. Sono previsti inoltre open day nei centri trasfusionali di molti ospedali. La campagna di informazione corre anche online, grazie al supporto di circa quaranta influencer tra i più seguiti dai ragazzi che inviteranno a visitare il sito www.matchitnow.it, dove in pochi clic si arriva al modulo di pre-registrazione per essere ricontattati e fare successivamente il tampone salivare. Il messaggio sarà rilanciato anche dai profili delle principali università italiane. Infine, in quattro regioni (Emilia Romagna, Liguria, Piemonte e Friuli Venezia Giulia) è possibile ricevere direttamente a domicilio il kit per il tampone. Tutte le informazioni sono disponibili su www.matchitnow.it.


Fonte: askanews.it


Errata alimentazione spesso causa carenza minerale, tonno un alleato
Partiamo con una buona notizia: fino a poco tempo fa quella dello iodio è stata tra le carenze più diffuse tra gli italiani, ma se nel mondo riguarda tuttora il 29% della popolazione, secondo l’ultimo report condotto dall’Osservatorio nazionale per il monitoraggio della iodoprofilassi in Italia dell’Iss l’Italia avrebbe raggiunto la iodosufficienza (da un’indagine su 4mila bambini).

Il ministero della Salute è ormai da anni impegnato in campagne mirate e parte della popolazione italiana ha compreso l’importanza dell’utilizzo del sale iodato per la prevenzione dei disordini da carenza iodica. Tuttavia, questi dati rappresentano solo il primo passo per consolidare il programma nazionale di iodoprofilassi e sono ancora molte le cose da sapere per gli italiani sullo iodio: se 7 italiani su 10 sanno correttamente che è un “sale minerale che si assume con l’alimentazione”, quasi la metà degli italiani pensa che lo iodio si trovi solamente nell’aria di mare. È quanto emerge dalla ricerca “Tonno in scatola e iodio: quello che gli italiani ancora non sanno”, realizzata da Doxa per Ancit (Associazione conservieri ittici e delle tonnare), condotta nella prima settimana di settembre su un campione di 1.300 italiani tra i 18 e i 74 anni.

Sugli aspetti principali c’è una conoscenza sufficiente, ma in media, il 42-43% del campione non sa ancora che lo iodio regola il controllo della temperatura corporea, favorisce lo sviluppo del sistema nervoso centrale e dello scheletro, è importante per lo sviluppo e la crescita del feto e dei bambini e fa bene al cuore e alla circolazione. La carenza di iodio è dovuta sostanzialmente a una errata alimentazione e questo minerale si trova in molti cibi ma la conoscenza degli italiani si limita a pochi alimenti. Otto italiani su 10 sanno della ricchezza di iodio nel sale marino integrale e nel pesce in generale ma solo tre italiani su 10 sanno che lo iodio è presente nel tonno in scatola, uno degli alimenti più amati dagli italiani (presente nel 94% delle dispense italiane – dati Doxa/ANCIT), così come nelle altre conserve ittiche: 100 gr di tonno in scatola forniscono in media 14 µg di iodio, apportando il 10% del fabbisogno quotidiano (Fonte: tabelle nutrizionali dell’Istituto europeo di oncologia). “L’apporto di iodio del pesce fresco e in scatola, proprio come il tonno o le altre conserve ittiche – commenta Luca Piretta, gastroenterologo e nutrizionista all’Università campus Biomedico di Roma – è ottimale per la dieta in generale, anche nella terza e quarta età. Lo iodio consente il regolare sviluppo ed accrescimento nell’età evolutiva, ottimizza il metabolismo e facilita un eccellente equilibrio psicofisico. Inoltre, va ricordato che, anche se di passi avanti ne sono stati fatti tanti, la iodiosufficienza si è raggiunta anche grazie alla diffusione delle conserve ittiche e del tonno in scatola nelle abitudini italiane”.

Lo iodio è un micronutriente minerale presente naturalmente nel nostro organismo (circa 10-20 mg) ma troppo spesso sottovalutato. È situato principalmente nella tiroide, una ghiandola che produce gli ormoni triiodotironina (T3) e tiroxina (T4), che svolgono un ruolo determinante nelle fasi dell’accrescimento e dello sviluppo. È inoltre essenziale per la salute delle nostre cellule. “Favorisce il metabolismo dei macronutrienti aumentando il metabolismo basale, stimola la sintesi proteica – continua Piretta – aiuta a rafforzare il sistema immunitario, le prestazioni del cervello, aiutando a prevenire il decadimento cognitivo, e a regolare la temperatura corporea, soprattutto durante il cambio di stagione, quando la spossatezza e la sonnolenza sono più evidenti e causate dal cambiamento di temperatura”. Secondo i livelli di assunzione raccomandati di nutrienti, il fabbisogno giornaliero di iodio nell’adulto è di 150 µg, nel bambino e nell’adolescente è tra i 90 e i 130 µg, mentre il fabbisogno aumenta fino a 200 µg al giorno in gravidanza e fino a 220 µg durante l’allattamento, necessario per un corretto sviluppo neurocognitivo. E l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, ha inoltre definito i livelli massimi tollerabili che risultano essere 600 µg /die per adulti (incluse le donne durante la gravidanza e allattamento) e compresi tra 200 e 500 µg /die per bambini e adolescenti.

Fonte: askanews.it

MUP

La pediatra Maria Enrica Quirico presenta il suo nuovo libro.
Un dialogo tra le cure tradizionali e i rimedi naturali, senza battaglie ideologiche, ma con la consapevolezza di voler contrastare l’uso smodato di farmaci, spesso non necessari, ma altrettanto spesso prescritti. Maria Enrica Quirico è una pediatra e un’omeopata che ha scritto il libro “Rimedi naturali per la mamma e il suo bambino – Cure omeopatiche e fiori di Bach dalla gravidanza alla prima infanzia”, uscito per le Edizioni Lswr.
“La relazione tra le cure naturali e le cure tradizionali – ha detto il medico ad askanews – dovrebbe essere una relazione di interazione. Ogni cura deve aiutare l’altra e deve essere scelta dal pediatra che segue il bambino a seconda della situazione che si trova a dover affrontare. Non vedo mai antitesi tra l’una e l’altra, deve sempre esserci una sinergia e ci deve essere la possibilità di capire quando utilizzare una e quando l’altra. Per fare questo bisogna conoscerle entrambe”.
Il libro è nato come una sorta di diario, in cui l’autrice ha raccolto gran parte delle domande che nell’arco della sua carriera si è sentita rivolgere dalle mamme in attesa e dalle neo mamme. E presenta una visione che si fonda sempre e comunque su solide basi scientifiche.
“Non stiamo più parlando di terapie omeopatiche dell’antichità – ha aggiunto la dottoressa – stiamo parlando di low dose therapy, bensì di medicine omeopatiche moderne, che hanno basi scientifiche e sono state sperimentate e riconosciute come efficaci. E’ sbagliatissimo vedere o nero o bianco: o utilizzo questo metodo o utilizzo l’altro. Utilissimo invece capire in base alle diverse situazioni quale utilizzare e, se necessario, anche entrambe”.
Il ricorso all’omeopatia, in particolare, è consigliato per creare un percorso di cura costruito sulla persona, sulle sue caratteristiche. Perché pure a una stessa patologia si riscontrano spesso risposte molto diverse. “Un bambino – ha concluso Maria Enrica Quirico – può avere allergia a un polline o a un inalante e manifestarla semplicemente con della tosse. Un altro bambino può avere invece con un’allergia una situazione pesantissima di broncospasmo o laringospasmo che richiede la terapia cortisonica. E noi gliela diamo, assolutamente. Però poi vediamo di costruire con questo bambino una situazione di base di rinforzo che lo aiuti a non arrivare più a queste situazioni estreme”.
Nell’ottica di una cultura della cura che possa essere a tutto tondo.

Fonte: askanews.it 

Federazione UNIAMO chiede al governo di promuovere il modello del nostro Paese.
Garantire il diritto di salute a tutti i bambini, a prescindere dal Paese di nascita. Questo l’obiettivo dell’azione promossa da UNIAMO – Federazione Italiana Malattie Rare e Eurordis – Rare Diseases Europe in accordo con il Gruppo di Lavoro Eurordis multidisciplinare sullo Screening Neonatale. L’Italia è leader in Europa nell’implementazione dello Screening Neonatale: non solo un test alla nascita, gratuito e garantito per tutti i nuovi nati, ma un vero e proprio percorso di diagnosi precoce e presa in carico di diverse malattie congenite. Patologie per le quali esistono interventi terapeutici specifici che, se intrapresi prima della manifestazione dei sintomi, sono in grado di migliorare in modo significativo la prognosi della malattia e la qualità di vita dei bambini, evitando gravi disabilità e, talvolta, la morte.
“Ancora una volta UNIAMO promuove una battaglia di civiltà per garantire il diritto di salute di ogni bambino, a prescindere da dove sia nato”, afferma Annalisa Scopinaro, Presidente UNIAMO – FIMR. “La nostra Federazione ha sempre sostenuto, insieme all’Associazione AISMME, il percorso SNE, da ben prima della Legge Taverna; le conquiste delle malattie rare – sottolinea – sono un paradigma di sanità e possono essere di supporto a tutta la cittadinanza”.
La proposta di UNIAMO prende spunto dalle marcate differenze attualmente esistenti fra i programmi di Screening Neonatale nei diversi Paesi europei, con l’obiettivo dell’equità di accesso in tutta Europa a programmi di prevenzione secondaria, come lo screening, che possono salvare le vite dei bambini.
La Federazione UNIAMO, a nome della comunità italiana delle persone con malattia rara e insieme ad EURORDIS, chiede al Ministro della Salute, Roberto Speranza, e al Sottosegretario con delega alle Malattie Rare, Pierpaolo Sileri, di farsi promotori in Europa di questo modello di buona pratica, affinché tutti i bambini europei e le loro famiglie possano godere di questo fondamentale diritto di salute.
Con la campagna #SoloUnCampione, UNIAMO invita la comunità scientifica insieme alle Associazioni, ai volti noti del mondo dello spettacolo e dello sport ad aderire all’appello rivolto al governo italiano. Sul sito www.uniamo.org è infatti possibile sottoscrivere la lettera che la Federazione, insieme ad Eurordis e alle 150 Associazioni affiliate, ha rivolto al Governo per chiedere di difendere il diritto alla salute di tutti i neonati.
Prima fra tutti ad accogliere la call to action, la dottoressa Domenica Taruscio, Direttore del Centro Nazionale Malattie Rare dell’Istituto Superiore di Sanità e Responsabile Scientifico del Centro di Coordinamento degli Screening Neonatali: “Sono davvero onorata di essere la prima Ambassador della campagna #SoloUnCampione e di sostenere in prima persona l’azione promossa da UNIAMO e da Eurordis. In Italia il Centro di Coordinamento degli Screening Neonatali collabora con le Regioni e le Province Autonome per promuovere l’applicazione uniforme sul territorio nazionale della diagnosi precoce neonatale e la diffusione di buone pratiche. È bene che questo modello venga promosso in tutta Europa per raggiungere una maggiore equità nella diagnosi precoce, nella conseguente presa in carico e nel trattamento dei piccoli pazienti, a beneficio dei bambini e delle loro famiglie”.
Per aderire alla campagna #SoloUnCampione: www.uniamo.org.

Fonte: askanews.it 

Non devono mai mancare in una dieta equilibrata.
Varietà, quantità, qualità. Queste le tre parole magiche che ci devono guidare nella scelta delle proteine, anche in estate. Fondamentali per la nostra alimentazione, e la salute in generale, insieme a lipidi e carboidrati, fanno parte del gruppo dei macronutrienti di cui il nostro corpo ha bisogno quotidianamente, nelle giuste proporzioni secondo tabelle specifiche: il 55/60% delle calorie quotidiane deve provenire dai carboidrati, il 15-20% dalle proteine e il 25-30% dai grassi.
uca Avoledo, biologo e nutrizionista, esperto in naturopatia presso la Clinica del Cibo di Milano, spiega: “le proteine non devono mai mancare in una dieta sana e equilibrata, e anche nel periodo estivo ne servono le giuste quantità per soddisfare il nostro fabbisogno quotidiano. Esistono tanti tipi di proteine o, più precisamente, di fonti proteiche: carne, pesce, uova, latte e derivati, yogurt e formaggi, che sono fonti proteiche di origine animale. Poi ci sono quelle di origine vegetale, che forniscono comunque un certo apporto di proteine, benché di minore qualità, come legumi e frutta a guscio, quindi noci, mandorle, nocciole e pinoli”.
Le proteine non sono tutte uguali: possono essere animali, più ricche di amminoacidi essenziali, per giunta contenuti nelle giuste proporzioni, o vegetali. “Troviamo proteine in tutti i vegetali – sottolinea Luca Avoledo – non solo nei legumi e nei semi, ma anche nei cereali e persino in frutta e verdura, ma, in questi ultimi alimenti, di qualità ulteriormente inferiore e, spesso, anche quantitativamente sottorappresentate”.
“Sono infatti definite proteine di basso o medio valore biologico – prosegue l’esperto – mentre quelle che si trovano in carne, uova, pesce e latticini sono di alto valore biologico. Consumando regolarmente alimenti animali possiamo soddisfare facilmente il fabbisogno proteico”. Impossibile soddisfarlo con altre tipologie di proteine? “Ci si può riuscire anche con le proteine vegetali – risponde Avoledo – ma è fondamentale comporre con la massima attenzione la dieta, sin dalla mattina e per tutta la giornata, contemplando la più ampia gamma di alimenti vegetali e nelle giuste quantità per cercare di ottenere un adeguato apporto proteico. Non esiste, però, alcun alimento vegetale che sostituisca la carne”.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la quantità di proteine da assumere quotidianamente corrisponde a poco meno di 1 grammo per ogni chilo di peso corporeo, per l’adulto in normali condizioni di salute. In molte circostanze e fasi della vita (crescita, gravidanza, senescenza ecc.) anche di più. E bisogna considerare che 100 grammi di carne, alimento proteico per antonomasia, non corrispondono a 100 grammi di proteine, ma all’incirca solo a 20″.
Un altro errore da non commettere è quello di seguire diete solo proteiche per perdere peso. “Consiglio di evitare le diete solo proteiche che vanno tanto di moda per dimagrire – evidenzia Avoledo – al di là dei danni alla salute che questo genere di diete possono provocare, quando si mangiano solo proteine il nostro corpo è costretto a convertire una parte di queste in energia, non utilizzandole quindi per lo scopo preposto. Per dimagrire bisogna mangiare una quantità ragionevole di proteine ma anche di carboidrati e grassi, nell’ambito di una dieta correttamente impostata”.
Infine, proteine sì oppure no dopo i 50 anni? “Sì senza dubbio -conclude Avoledo – l rischio di malnutrizione proteica è molto diffuso negli over 50, insieme alla falsa credenza che con l’età la carne debba essere diminuita o eliminata. Ridotti apporti proteici possono facilitare la sarcopenia, la perdita di massa e forza muscolare connessa, che è una condizione che promuove tutta una serie di patologie che vengono racchiuse con il nome di fragilità dell’anziano, dal deficit cognitivo a quello fisico. Ancor più dopo i 50 anni, raccomandiamo, quindi, il consumo di proteine, nella giusta quantità, soprattutto di proteine nobili come carne, pesce, uova e latticini”.

Fonte: askanews.it 

Boom di richieste di adolescenti al chirurgo estetico.
Labbra carnose, zigomi pronunciati, qualsiasi parte del corpo esposta e inneggiata: queste le caratteristiche più diffuse che trasformano le persone in ‘personaggi’, dando loro un ruolo anche all’interno di questa società che non è solo l’epoca dell’immagine ma anche dell’immaginario
“Rich girl face” è il nuovo fenomeno che sta progressivamente spopolando tra ragazze e ragazzi molto giovani che frequentano gli studi di medicina estetica per subire una ‘trasformazione’ della propria immagine e assomigliare sempre di più ai canoni di bellezza percepiti secondo la moda del momento, quella diffusa tra i personaggi più popolari. La medicina estetica viene vissuta sempre più spesso come una procedura per assomigliare ai personaggi di certi ambienti ‘social’, fenomeno che sottende una modificazione dei comportamenti molto importante. I medici estetici, che vivono la situazione dall’interno, hanno iniziato a porsi delle domande, soprattutto a tutela dei pazienti più giovani, come gli adolescenti e i giovanissimi fino ai 24 anni che sono sempre più condizionati dai social media.
“Rispetto al passato – spiega Nadia Fraone, consigliere della Società Italiana di Medicina Estetica (SIME) – registriamo una vera e propria inversione di tendenza: mentre fino a pochi decenni fa si tendeva a nascondere i trattamenti di medicina estetica, adesso si pensa a quest’ultima come ‘medicina del benessere’ intesa soprattutto come possibilità di curare la propria immagine. E anche la medicina estetica risente di queste nuove richieste, non trovandosi più ad accompagnare il paziente nel percorso normale di invecchiamento ma piuttosto a ‘aiutare’ una vera e propria trasformazione della persona”.
Una medicina estetica come strumento per assomigliare a canoni di bellezza conclamati dai social media: labbra carnose, zigomi pronunciati, un corpo da esporre e esibire: queste le caratteristiche più diffuse che trasformano le persone in ‘personaggi’, dando loro un ruolo che appartiene più che all’epoca dell’immagine a quella dell’immaginario. “Si tratta di un fenomeno sociologico che rivela la fragilità e l’insicurezza dei giovani, che non hanno un’identità precisa e trovano così il modo di crearsela ad imitazione di idli dei social media – osserva la dottoressa -. È qui che interviene la consapevolezza del medico estetico, che nel suo lavoro realizza il concetto di ‘bello’ sul corpo si un’altra persona. E per far questo deve riuscire a consigliare e ascoltare il giovane paziente per far capire che corpo e psiche non sono due cose distinte ma univoche, e che il benessere passa attraverso la consapevolezza e il miglioramento di entrambi”.
L’aumento volumetrico delle labbra è l’intervento più richiesto in medicina estetica dalle giovani donne, ma anche il botulino preventivo per le rughe o l’aumento delle aree zigomatiche sono interventi molto gettonati. La ‘Rich girl face’ è un fenomeno alla portata dei più, sostenibile e raggiungibile dalla maggior parte dei ragazzi, soprattutto perché si tratta di un modo di cambiare atteggiamento nei confronti del proprio corpo e quindi del mondo esterno. Tra gli obiettivi di una specifica sessione sul tema nell’ambito del Congresso di Medicina Estetica della SIME, con il coinvolgimento di figure specializzate come psichiatra, psicologo e sociologo per la valutazione – da parte dei medici estetici – di quanto e quando è opportuno intervenire sul corpo di chi ne fa richiesta, interpretando e comprendendo le richieste di bisogni che vanno al di là delle reali necessità.

Fonte: askanews.it 

Ma servono progetti concreti. Piattaforma WelCare esempio di successo.
Tele-consulto, tele-visita, tele-monitoraggio, ma anche applicazioni digitali per la salute e canali digitali per la collaborazione tra medici di diverse strutture ospedaliere, oltre all’utilizzo diffuso del fascicolo sanitario elettronico. Questi sono solo alcuni degli strumenti di telemedicina che stanno cambiando il volto della sanità. Se ne è parlato oggi nell’ambito dell’evento “La Salute Connessa”, promosso da Novartis, in occasione del lancio della piattaforma di telemedicina WelCare in oncologia ed ematologia, che mette in collegamento centri e medici specialisti di tutta Italia, per favorire lo scambio di informazioni e migliorare la gestione di pazienti con malattie come il tumore al seno, il melanoma, le neoplasie mieloproliferative croniche (MPN), la mastocitosi, la leucemia mieloide cronica (CML), ma anche pazienti candidati al trattamento con CAR-T. Al centro dell’incontro odierno, che ha coinvolto esperti del mondo scientifico, rappresentanti delle istituzioni e delle associazioni pazienti, i dati dell’analisi realizzata dall’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità della School of Management del Politecnico di Milano, secondo cui la pandemia ha favorito l’utilizzo di piattaforme digitali di collaborazione tra medici e pazienti, con un utilizzo da parte dei pazienti salito di quasi 20 punti percentuali durante l’emergenza (da 11% a 30%). Oggi l’82% dei pazienti intervistati dichiara di volere utilizzare in futuro queste piattaforme.
Reti virtuali che cambiano le modalità di comunicazione tra medico e paziente e che aprono a nuove modalità di collaborazione tra medici. Un esempio concreto e di successo viene da WelCare. Nata lo scorso anno, in piena pandemia, grazie alla collaborazione tra Novartis e Welmed, la piattaforma di telemedicina WelCare ha favorito lo scambio di informazioni tra i medici e i centri erogatori della terapia avanzata CAR-T. Sulla base di questa esperienza, Novartis ha deciso di estendere il progetto e ha annunciato oggi l’ampliamento della piattaforma WelCare, per mettere in collegamento medici specialisti, che in tutta Italia si occupano, oltre che di CAR-T, anche di pazienti con altre patologie oncologiche ed ematologiche. WelCare è il primo passo di un percorso e di un impegno più ampio di Novartis in telemedicina, che continuerà con nuovi strumenti, per raggiungere direttamente il paziente sul territorio, a supporto di ambiti come quello della medicina generale.
Una risposta, quella di WelCare, ai bisogni di medici e pazienti, come confermano i dati dell’Osservatorio. L’analisi rivela infatti che tra i medici specialisti è alta la propensione all’utilizzo della telemedicina, con l’81% degli intervistati che vorrebbe ricorrere al tele-consulto e oltre 6 medici su 10 che vorrebbero utilizzare strumenti di tele-visita e di tele-monitoraggio. La telemedicina apre anche a nuove possibilità di gestione della pratica clinica, a partire dalla sistematizzazione di grandi quantità di dati, come spiega Fabrizio Pane, Professore ordinario di ematologia all’Università Federico II di Napoli e direttore A.F. ematologia della stessa Azienda Ospedaliera Universitaria: “L’utilizzo nella pratica clinica di tecnologie digitali permette la raccolta e la gestione di Big Data, di valore scientifico e clinico, che in futuro avranno un ruolo sempre più importante anche per informare le decisioni diagnostiche e terapeutiche. Piattaforme di scambio tra medici specialistici, come WelCare, permettono di sviluppare nuovi modelli di organizzazione della pratica clinica, in un’ottica più collaborativa ed efficace”.
Attraverso la digitalizzazione dei vari aspetti della pratica clinica, dall’accesso condiviso alla cartella clinica, allo scambio di file e tool per la discussione multidisciplinare, la piattaforma WelCare favorisce la gestione condivisa del paziente tra più medici sul territorio, con vantaggi in termini di qualità della cura e gestione delle risorse sanitarie, come commenta Saverio Cinieri, Presidente eletto AIOM: “La gestione di pazienti come quelli oncologici passa da percorsi diagnostici, terapeutici e assistenziali complessi, che spesso richiedono la stretta collaborazione tra centri specialistici e centri di trattamento sul territorio. Con la telemedicina questa logica viene semplificata e migliorata, perché grazie alle tecnologie digitali possiamo far viaggiare il dato e non il paziente, con notevoli risparmi e con un impatto significativo sulla vita dei pazienti e delle loro famiglie”.
 

Fonte: askanews.it 

Presentato al Senato il secondo Osservatorio "Silver Economy" di Tendercapital e Censis.
La fascia degli anziani è stata la più colpita dal virus in termini di letalità ma è anche quella che psicologicamente ha reagito meglio alla pandemia e che ora è pronta a tornare protagonista nella società e nell’economia italiana, spendendo, generando consumo e stabilizzando la condizione economica delle generazioni più giovani. E’ quanto emerge dal secondo numero dell’Osservatorio Silver Economy di Tendercapital e Censis, presentato stamane al Senato, che ha analizzato la condizione degli anziani nei mesi più difficili della pandemia.
Secondo lo studio, dal titolo “La Silver economy nell’anno più nero”, la silver generation si è dimostrata la più coriacea nell’affrontare la crisi generata dalla pandemia: il 69,3% degli anziani dichiara di non aver sofferto di stress psicofisico dal marzo 2020, mentre il dato scende al 23,3% tra i giovani e al 34,1% tra gli adulti. Una grande capacità di tenuta e adattamento, un “furore di rivivere” che ha spinto gli anziani a ripartire di slancio. Il 43,4% di loro dedicherà più tempo alla cura personale, facendo uso di cosmetici, praticando fitness, andando dal barbiere o dal parrucchiere ed il 24,7% è pronto a rinnovare il proprio guardaroba. Il 66,4%, inoltre, vuole fare almeno un viaggio o una vacanza in Italia, mentre l’estero è preferito dal 38,4% e il 46,3% è pronto a partecipare a pranzi e cene fuori casa.
Per quanto riguarda gli aspetti legati al risparmio, lo studio sostiene che il silver welfare non si è interrotto con il Covid-19. Infatti, l’88,7% degli anziani si definisce il bancomat di figli e nipoti e al riguardo sono d’accordo il 67,1% degli adulti e il 50,8% dei giovani. E con ogni probabilità – si legge ancora nel rapporto -, sarà ancora così in futuro, poiché il 67,8% degli anziani è convinto che la propria condizione economica sarà migliore o uguale ad oggi nel post pandemia, mentre ad avere la stessa fiducia è il 52,3% degli adulti e dei giovani. E se il 32,2% degli anziani teme una condizione economica peggiore, lo scivolamento in basso è temuto dal 47,7% di adulti e giovani.
Resta tuttavia una frattura intergenerazionale. Per il 54,3% dei giovani, infatti, si spendono troppe risorse pubbliche per gli anziani, ed era il 35% l’anno scorso, mentre per il 74,1% ci sono troppi anziani in posizione di potere, dall’economia, alla società, fino ai media. Un dato in flessione, invece, è quello che riguarda la necessità di ricovero: il 42,2% dei giovani ritiene che in caso di emergenza occorra dar loro la precedenza rispetto agli anziani, un anno fa ne era convinto il 49,3%.
Secondo Moreno Zani, presidente di Tendercapital, “la longevità attiva non si è spenta nel 2021, ma le criticità emerse già lo scorso anno sull’impatto sociale della pandemia restano purtroppo ancora vive. Ora che l’emergenza sanitaria sembra attenuarsi è necessario ricucire la frattura che si è creata tra le generazioni. Scopo dell’Osservatorio Tendercapital-Censis vuole essere proprio questo, accendere i riflettori su una fascia della popolazione che, come quella della silver generation, costituisce una preziosa risorsa per l’economia e la società intera”.
Per Giuseppe De Rita, presidente del Censis, “è importante capire, dal punto di vista sociale, quanto questa forza della dimensione anziana sia destinata ad essere sostituita dalla forza gioventù. L’Italia è un Paese longevo se noi anziani abbiamo sopportato meglio la pandemia è perché facciamo parte di una generazione particolare, nata tra gli anni ’30 e gli anni ’50, che le ha viste tutte, quindi capace di consolidare l’esistenza di sé stessi e della società. Gli anziani, infatti, non hanno drammatizzato più di tanto, mentre i giovani hanno avuto più paura della pandemia. L’emergenza sanitaria ha confermato che il popolo degli anziani ha un suo punto forza e di stabilità sia sul piano psichico sia sul piano finanziario.
“Nell’Osservatorio Tendercapital-Censis sulla Silver economy fa impressione vedere questo risentimento da parte dei giovani verso gli anziani – ha commentato Annamaria Parente, presidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato -. Colpisce, poi, il furore di rivivere degli stessi anziani, che durante la pandemia hanno pagato molto le conseguenze dell’emergenza sanitaria. La sanità deve essere concepita come investimento, per poter reinserire dal basso questa voglia di ripartire che va collegata con le opportunità che offre il Paese. Sviluppare la medicina del territorio significa cambiare approccio alla sanità dei cittadini e sviluppare telemedicina, device, 5G, domotica e in generale supportare concretamente l’innovazione tecnologica. Qualità significa, inoltre, avere un maggiore controllo e sono impegnata nel rilancio delle Rsa, migliorando anche la professionalità degli operatori”.

Fonte: askanews.it 

+50% richieste. Soprattutto fra le trentenni.
L’estate si avvicina e insieme torna l’ansia “da spiaggia”. Dopo mesi di restrizioni e di palestre chiuse a causa della pandemia esplode la corsa al ritocchino: sono tantissime le donne, e gli uomini, a desiderarsi più in forma e così, per esibire in costume una silhouette da fare invidia, si torna sul lettino del chirurgo. Gli interventi più richiesti: seno, glutei e gambe per le donne, addome e pettorali per gli uomini.
“I contagi stanno diminuendo e si intravede un’estate in relax, per molti in riva al mare. Ma dopo un anno di forti limitazioni allo svolgimento di attività fisica, sta crescendo il ricorso alla chirurgia. Nella seconda estate ai tempi del Covid, registriamo un aumento del 50% di richieste, tra uomini e donne, in particolare over 30 – spiega Daniele Spirito, specialista in chirurgia plastica a Roma e Como e docente presso la Scuola di specializzazione in Chirurgia Plastica dell’Università di Milano – alcuni si sono ritrovati impreparati all’appuntamento con l’estate e sono spinti dall’urgenza di prendersi cura di sé, altri hanno solo aspettato il periodo più opportuno per ringiovanire il proprio aspetto fisico”.
Ma quali sono gli interventi più gettonati in vista dell’estate? Decollete: “La mastoplastica additiva è tra gli interventi più richiesti dalle donne – spiega Spirito – Un decollete sodo e prosperoso è sinonimo di femminilità, per questo l’intervento è indicato per chi ha un seno piccolo o che si è svuotato con il passare del tempo. Si tenda a scegliere taglie abbondanti, terza/quarto coppa C/D”. Glutei: “Tra gli ultimi trend esplosi in Italia c’è la chirurgia dei glutei, per un lato B senza inestetismi e dalle forme muscolose. Nuove tecniche, rivoluzionarie rispetto al passato, garantiscono risultati duraturi, minori complicanze e una rapida ripresa. La gluteoplastica con impianti intramuscolari si riserva a pazienti con sederi grandi ma non proiettati. La gluteoplastica sottomuscolare invece a glutei piccoli, donne giovanissime e molto magre”. Gambe: “Lo smartworking e il poco movimento hanno contribuito all’aumento di depositi di grasso localizzato, per questo oggi assistiamo a una richiesta altissima di interventi di liposuzione, in particolare da donne tra i 30 e i 50 anni. Attenzione però a non intervenire sulle caviglie, spesso colpite più che altro da disturbi circolatori”. Addome: “E’ un punto critico in particolare per il genere maschile, uomini, giovani e meno giovani, sempre più inclini ai canoni del mondo culturista. Per chi è in cerca del ‘six pack’, il cosiddetto addome ‘a tartaruga’, si procede con liposuzione con ultrasuoni o con il plasma. Richiesta incrementata dall’avvento della tecnica HD (Hight Definition Body Sculpting)”. Pettorali: “Per aumentare invece il volume muscolare dei pettorali si fa ricorso alle protesi pettorali. Il trend è l’uomo ‘batman’. Si pratica una piccola incisione vicino all’ascella, in anestesia locale con sedazione profonda, anche in day hospital. Si inserisce al di sotto del muscolo una protesi in silicone specifica allo scopo di evidenziare un’ipertrofia del tessuto, raggiungibile solo con mesi e mesi di attività”.

Fonte: askanews.it 

Tra i pazienti oncoematologici 80% di vaccinati. Amadori: "Tutti devono farlo".
“Trent’anni fa la guaribilità dei tumori del sangue era inferiore al 20%, oggi globalmente siamo in grado di guarire il 60-70% e anche in questi mesi di Covid sono nati farmaci innovativi in grado di cambiare lo scenario terapeutico”. Lo ha detto il professor Sergio Amadori, presidente nazionale di Ail, Associazione italiana contro le leucemie, nel corso di ON.E., le Giornate dell’ematologia e dell’oncoematologia organizzate da Koncept e Ail Firenze.
“Nell’ultimo decennio – ha sottolineato – sono stati raggiunti risultati straordinari, 30 anni fa la chemioterapia ha consentito di ottenere risultati anche significativi, ma aveva già raggiunto il massimo della capacità di curare i tumori e dava grossi problemi di tossicità. Negli ultimi 10 anni grazie alla migliore conoscenza è stata creata una miscela esplosiva che si è tradotta in una ventata di farmaci innovativi che agiscono bersagliando le cellule tumorali senza toccare i tessuti sani. Il sogno del fondatore di Ail, professor Mandelli, era guarire tutti, noi abbiamo imboccato questa strada”.
Anche nel periodo del Covid, ha rilevato, “Ail non si è mai fermata, i nostri 20 mila volontari non si sono tirati indietro, si sono rimboccati le maniche. Il paziente era in crisi per la sua patologia e aveva anche una paura tremenda che il Covid fosse un ulteriore pericolo altissimo, quindi è stata necessaria un’opera di sostegno e di empatia. E poi la ricerca non si è fermata, negli ultimi 4-5 anni e anche nei 2 anni di Covid sono venuti fuori farmaci innovativi che sono in grado di cambiare lo scenario terapeutico. Il Covid ha portato uno sconquasso, ma nessuno si è fermato e alla fine se andiamo a vedere i numeri non sono stati molti i pazienti che hanno subito ritardi nelle diagnosi e nei trattamenti”.
La professoressa Maria Antonietta Specchia, direttrice dell’Unità operativa di ematologia con trapianto del Policlinico di Bari e presidente dell’Ail del capoluogo pugliere, ha spiegato che i medici e i volontari di Ail, in questo periodo, hanno offerto un sostegno e un aiuto, anche per le vaccinazioni. “C’è stata paura e preoccupazione sul vaccino e il compito di noi ematologi è stato rassicurare che il vaccino doveva essere fatto e che Ail lavorava con le società scientifiche che hanno fatto lavoro di squadra per comunicare alle istituzioni la necessità di pianificare al meglio le vaccinazioni per i pazienti oncoematologici. C’è ancora qualcuno che ha delle preoccupazioni ma l’80% dei pazienti ha gradito la vaccinazione”.
A questo proposito Amadori ha lanciato un appello: “Tutti devono vaccinarsi, è l’unica arma che abbiamo per evitare le gravissime conseguenze che può portare il Covid”. Nel periodo del Covid, ha spiegato il professor Alberto Bosi, presidente di Ail Firenze, “sono aumentate tantissimo le richieste di assistenza domiciliare, perché i pazienti non volevano andare in ospedale, ma anche i finanziamenti si sono ridotti perché le campagne hanno subito una contrazione, per fortuna abbiamo avuto il sostegno di alcuni enti”. Certo, “ci sono state difficoltà perché molti infermieri e medici sono stati reclutati per le vaccinazioni, ma c’è stata anche molta solidarietà e sono ottimista”.

Fonte: askanews.it 

Il chirurgo plastico: effetto isolamento sociale, disinibiti da oblio.
Labbra a canotto e decollete esplosivi. Ma anche glutei oversize, sodi e rotondi. E’ l’effetto isolamento sociale e mascherina che riaccende il desiderio del maxi ritocco. E, in vista delle riaperture, sempre più donne bussano al chirurgo per interventi extralarge. “Dopo un anno di relazioni pubbliche ridotte all’osso a causa del Covid-19 si sta diffondendo la convinzione che nessuno ricordi più i nostri tratti somatici e la nostra silhouette, come se fossimo caduti in una sorta di oblio: per questo chi aveva già intenzione di ricorrere alla chirurgia per sentirsi giovane e bella adesso osa di più”, spiega Daniele Spirito, Specialista in Chirurgia Plastica a Roma e Como e docente presso la Scuola di Specializzazione in Chirurgia Plastica dell’Università di Milano.
Dunque, l’effetto naturale lascia spazio a correzioni forse più invasive e vistose, da maxi filler a lifting e protesi. Le donne puntano su bocche carnose e seni prosperosi, volti dalle sembianze feline e profili tutte curve. Gli uomini su pettorali scolpiti e addome a tartaruga. “Stiamo registrando un forte aumento di richieste di interventi dai risultati più prorompenti. La pandemia ha scatenato l’urgenza di prendersi cura di sé e disinibito chi era più restio a modifiche più appariscente – prosegue l’esperto – . E’ importante trovare soddisfazione nel proprio aspetto fisico, soprattutto in questo periodo storico, ma sempre con la giusta prudenza e senza stravolgimenti eccessivi”.Ma quali sono gli interventi più richiesti? “Per il ringiovanimento del viso e del collo sicuramente il minilifting composito, meno invasivo e duraturo come un lifting classico, con rischi di complicanze ridotti e un recupero più rapido – spiega Spirito – si effettua una sola piccola incisione davanti al padiglione auricolare e si procede a uno scollamento di 5-6 cm del sottocute. Da qui si fa ingresso nei piani profondi e si riposizionano i tessuti verso l’alto. La cicatrice è piccola, quasi invisibile, l’esposizione dei tessuti è minima. L’operazione viene eseguita in anestesia locale con sedazione in regime di day hospital. Il risultato è sorprendente: il viso appare più giovane di 10 anni”.“Molto richieste sono anche le protesi labiali, in alternativa al filler, per una bocca carnosa e sensuale dall’effetto permanente e naturale. L’utilizzo della mascherina permette poi di nascondere il gonfiore iniziale – aggiunge – Per quanto riguarda, invece, il seno si sta tornando verso le taglie abbondanti, terza/quarto coppa C/D, e lo stesso vale per i glutei: per chi cerca un posteriore alto, sodo e rotondo si propone la gluteoplastica con impianti sottomuscolari, una tecnica rivoluzionaria, efficace e sicura, con risultati definitivi. Per gli uomini l’ultima tendenza riguarda addome e pettorali: sempre più in voga l’innesto di protesi per avere fisici statuari senza troppi sforzi”.

Fonte: Askanews.it
 

Per rendere il mondo della salute più accessibile ai cittadini
È consultabile online – https://www.portaletrasparenzaservizisanitari.it/ – il nuovo Portale della Trasparenza dei Servizi per la Salute, presentato questa mattina nel corso di una video-conferenza stampa. Il progetto, approvato in Conferenza Stato-Regioni, è stato creato per fornire al cittadino informazioni in ambito sanitario di facile accesso, semplici, chiare, univoche e di qualità, assicurando la necessaria integrazione tra le differenti fonti informative già esistenti, a livello nazionale, regionale e locale. Il sito presenta contenuti che vanno a valorizzare e integrare le informazioni detenute dal Ministero della Salute con quelle provenienti dalle Regioni, dalle Province Autonome e dagli altri enti e operatori dei Servizi sanitari regionali. Quattro le macroaree in cui è articolato: Vivere in salute; Servizi e prestazioni; Come fare per (prenotare una prestazione e conoscere i tempi di attesa); Covid-19.

Capofila e coordinatore del progetto del Portale è la Regione Veneto, mentre l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) è responsabile dell’implementazione del Portale e coordinatore delle attività di esecuzione del progetto. Il Ministero della Salute ha coordinato la Cabina di Regia del Portale e le Regioni e le Province Autonome di Trento e Bolzano, partner progettuali, hanno messo a disposizione le competenze, le esperienze e le conoscenze dei livelli locali, utili alla gestione e realizzazione del progetto.“In questo momento storico è fondamentale fornire al cittadino informazioni chiare, semplici, condivise, autorevoli e scientificamente validate – sottolinea il Presidente di Agenas, Enrico Coscioni – il nuovo Portale risponde a principi di accesso alle informazioni aumentando il livello di trasparenza della comunicazione e rispecchia la tendenza a raggiungere la massima condivisione di tutti i dati e le informazioni provenienti dai 21 Servizi sanitari regionali a supporto delle scelte dei decision makers ma soprattutto del cittadino, assoluto protagonista dell’iniziativa”.“L’obiettivo – spiega il Direttore Generale di Agenas, Domenico Mantoan – è quello di migliorare la conoscenza e accrescere la consapevolezza e la responsabilizzazione del cittadino, per consentirne una partecipazione consapevole e attiva al processo di promozione e cura della salute, soddisfacendo la sempre maggiore richiesta di informazione qualificata. L’iniziativa nasce da un’Intesa in Conferenza Stato-Regioni nel settembre del 2016 e sono dunque lieto che oggi possa essere messo a disposizione di tutta la comunità. Per le sue caratteristiche il Portale necessita di un costante aggiornamento e proprio per questo motivo, nonostante le numerose informazioni già presenti, invitiamo sia gli operatori del nostro SSN sia i cittadini/pazienti a contribuire alla piena realizzazione del progetto fornendo spunti e suggerimenti”.
Fonte: Askanews.it